Classifiche

2018: La Top10 di Kalos

Ogni anno non è una storia, ma molte, e leggere i vari magazine corrisponde a esaminare altrettante narrazioni di uno stesso libro. Si può narrare il 2018 e dire delle polemiche su Netflix, che tra le soddisfazioni può annoverare anche il dibattito circa Sulla Mia Pelle; si può narrare l’anno trascorso con le belle vetrine dei festival e degli Academy Awards, che ci hanno offerto diversi titoli di lusso; possiamo narrarlo col putiferio dei progetti blockbuster, e il nome di “Infinity War” come culmine del nuovo raccontare per universi seriali e incrociati… La narrazione di questo blog passa per le recensioni scritte nei 12 mesi che hanno toccato i film del “nostro” anno, con annesse le uscite in Italia a posteriori e…le non-uscite! ;  Raccontare è sempre raccontarsi, Ecco allora una classifica con cui narro il 2018 e i suoi film, ma in fondo in fondo narro anche chi sono io:

10) Chiamami Col Tuo Nome [Luca Guadagnino]

hovistounfilm classifica 2018

Per certi versi comincio in casa, dato che Luca Guadagnino condivide il mio luogo di nascita. L’impressione intuitiva è che Call Me By Your Name sia stato decretato vox populi il film più emozionante dell’anno. Quale misteriosa fattura è la responsabile di una simile reazione a un film dalla storia così semplice, addirittura banale? Forse vorrei dire proprio la semplicità, o meglio, il senso di realtà: tale che vien facile ritrovarci anche noi nel sentimento febbrile di una nostra tarda settimana d’estate. Altrimenti potrei citare l’invece complessa natura dei protagonisti, di cui tanto bene ha scritto Simo nella sua meravigliosa recensione.

9) Un Affare Di Famiglia [Hirokazu Kore’eda]

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Giappone: altre realtà, altre famiglie. Kore’eda, maestro dell’argomento, se ne inventa una molto particolare e non esattamente standard. Una dove si eredita l’arte dei furtarelli e le cui relazioni possono anche astenersi dai legami di sangue. Quante sorprese riservino tali relazioni, Kore’eda lo mostra pian piano attraverso una sceneggiatura con un testa-coda geniale, che fa arrovellare e riflettere a lungo su quanto visto. Per questo entra di diritto in classifica (e per questo forse ha vinto Cannes)

8) Les Garçons Sauvages [Bertrand Mandico]

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Quota Queer colmata da una perla underground, sporca, violenta, di una provocatorietà che può sembrar gratuita. Ma comunque una perla: la ricerca dell’ibridazione tra generi sessuali sconfina nei generi cinematografici. Si passa dal videoclip al muto, all’avventura a-la Stevenson, con la fantasia di chi non ha molti soldi e fa di necessità virtù tramite le idee. Sembra di vivere un’altra volta la scoperta del fare cinema, e ciò lo rende un episodio impertinente quanto prezioso

7) The Night Is Short, Walk On Girl [Tomihiko Morimi]

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Titolo internazionale di Yoru Wa Mijikashi Aruke Yo Otome, ovvero l’Anime più alcolico del 2017! Una ragazza se la spassa di notte a Tokyo bevendo e imbucandosi a feste. Un ragazzo la insegue con l’intento di dichiarare il suo amore. In mezzo, una valanga di personaggi, situazioni surreali e disegni genialoidi , da cui non importa ricavare un linearità ma gioia di vivere e di sfruttare il proprio tempo a disposizione con allegria e senso di comunità

6) La Forma Dell’Acqua [Guillermo Del Toro]

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Del vincitore sia a Venezia che agli Oscar penso che sia un bel film,ma a un patto: che non lo si intenda come il racconto di una storia d’amore, in sé parecchio ingenua, ma una serenata d’adorazione verso i sogni bugiardi che il cinema ha raccontato e che – secondo Del Toro evidentemente – può ancora raccontare in questi tempi disillusi. E giù citazioni, riferimenti e metafore. Se le ho colte solo per errore, beh, me le son godute lo stesso!

5) Poesia Senza Fine [Alejandro Jodorowsky]

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Lo abbiamo aspettato a lungo in Italia, il secondo capitolo autobiografico di Alejandro Jodorowsky. Che non è a fuoco e coerente come il sublime precedente. Anzi, è caotico e a ruota libera. Ma ancora una volta tremendamente emozionante quando si tratta dei “consigli per la vita” di questo mistificatorio quasi-stregone 90enne, che non ha perso il gusto per le allegorie visivamente teatrali e le metafore d’impatto

4) L’Isola Dei Cani [Wes Anderson]

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Se da un lato avrei preferito uno sviluppo narrativo meno ipertrofico, dall’altro lato, quello della direzione, non si poteva desiderare di più. Siamo al non-plus-ultra dell’occhio di Wes Anderson, esaltato da suggestioni nipponiche che passano dai vuoti cromatici dello sfondo alle elaborate immagini microdettagliate. Un controllo dittatoriale che mette tutto in riga: le geometrie formali, il ritmo musicale, l’equilibrio de colori. Ogni fotogramma è punta dell’iceberg, e merita estasiata contemplazione in fermo-immagine

3) First Man [Damien Chazelle]

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Sorpresa dell’anno: l’impresa di Neil Armstrong e della Nasa viene seguita passo passo con toni tutt’altro che trionfalistici, ma emotivamente e fisicamente problematici. È un film che coinvolge il corpo e la mente, con un finale degno di un First Man, dominato dal “vuoto” e da un’incertezza emozionale che rende tridimensionale il suo personaggio

2) Roma [Alfonso Cuaron]

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Altra perla formale del 2018 l’ultima fatica di Alfonso Cuaron, attaccata al suo autore in maniera epidermica. La distribuzione da parte di Netflix e la vittoria a Venezia lo hanno reso centro di un polverone polemico, ma ogni voce verrebbe zittita dal rispetto per un’opera così curata e personale, un racconto autobiografico dal tocco puro. Un’opera da ricordare anche perché sa andare oltre l’attenzione fotografica e documentaristica per sprigionare emozione dalla sua storia.

1) Tre Manifesti A Ebbing, Missouri [Martin McDonagh]

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Tante volte lodo film che raggiungono particolari risultati al costo di essere imperfetti. Imperfetti ma viscerali. Non per questo dobbiamo scordarci di quelli perfetti. Tre Manifesti A Ebbing, Missouri mi ha dato la netta sensazione di risiedere tra questi ultimi; una sceneggiatura di ferro sostiene una turpe vicenda umana che non chiede solo di essere ascoltata, ma anche giudicata. Sono tante però le voci in capitolo che esprimono la propria opinione, e il miracolo di McDonagh è averle sapute disporre in un coro equilibratissimo e che concede di mettersi in discussione. Un film divertente, struggente e avvincente che in chiusura lascia il diritto del punto di vista senza risultare incompleto. Anzi, non gli cambieresti una virgola!

Un trio “veneziano” a coronazione di un bell’anno tra le pagine di questo blog che abbiamo vissuto tra lungometraggi classici, videoclip, webserie, nuovi linguaggi; ci siamo divertiti avventurandoci tra i compositori di colonne sonore e interrogando le possibili prospettive del cinema del’immediato futuro.

Nel frattempo l’immediato futuro è ancora una volta arrivato, buon 2019, a voi, e a noi!

 

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3 risposte a "2018: La Top10 di Kalos"

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