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Poker Netflix 2018 per me; una mano che segue 2 giocate pazzesche, chiamate Coen e Cuaron. Nondimeno, Cam non è certo tempo sprecato, specialmente per chi è interessato alla vita al tempo delle derive tecnologiche e digitali. Scuola Black Mirror, al solito.

La protagonista si chiama Alice, ma quando lavora si fa chiamare Lola, perché è una camgirl e Cam s’aggira tutto nel mondo del soft porn. Le serve una stanza dai colori soffusi, qualche idea shock per per irretire gli utenti arrapati, e sono pioggerelle di soldi. Una buona parte del film si incentra sulla corsa all’idea che buchi gli schermi, e quella parallela ai primi posti della virtuale classifica delle camgirls più amate. Storia di un’ossessione? Solo del rischio: Alice è una in fondo controllata che deve pur guadagnare, e ha trovato un modo per campare che richiede peraltro il giusto tempo di applicazione e studio. Una che tutto sommato sa anche quando fermarsi.

Finché un giorno un’altra ragazza dal medesimo aspetto le occupa l’account e continua i live-stream al posto suo.

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Cam parla allora di un furto d’identità, o forse dell’incertezza delle identità virtuali. Un film su Internet; un altro, sì, ma nell’anno domini 2018 non sarebbero mai abbastanza, non mi sembra diminuita una certa urgenza nel riconoscere e realizzare le proprie paure nei confronti della rete. Come si pongono le identità reali degli uomini rispetto a quelle forse-fittizie-forse-no del web? La domanda è banale, sono risposte come Cam che più o meno la nobilitano.

Non che Goldhaber con la sua opera dia vere risposte, non prende neanche una posizione precisa e sanzionatoria come capita agli episodi di Black Mirror. Piuttosto, risponde con altre domande, lasciando il velo di un’ipotesi inquietante. Nessuna vera analisi resta, solo la paura.

Ci sono vari tipi di paura in Cam. La più evidente: la paura del furto di se stessi. La più superficiale: la paura di non essere i più amati. Personalmente mi ha messo più a disagio una terza paura, quella di essere scoperti. L’ansia di tener nascosta la nostra vita virtuale al mondo di fuori; la nostra scatola internet è anche il nostro scrigno di segreti, non vi pungola mai l’inquietudine che qualcuno trovi la chiave? Io dico che è sempre dietro le spalle, latente.

Così, un altro buon originale Netflix. O perlomeno interessante. Si aggiunge a quel filone di film che non volano altissimo (non vogliono) ma che toccano nervi scoperti dell’oggi e ci giocano con esperimenti mentali, provando a immaginare che succederebbe. Si colloca tra l’underground e il mainstream, e si veste di un look cool e malizioso: luci viola, lo schermo che si adatta alle interfacce del digitale, kitsch post-moderno. Non saranno elementi nuovi e non toccheranno apici, ma si coagulano bene, come in un convegno per fare il punto della situazione delle nuove estetiche spontanee dell’utenza internet.

Volteggia con nervosismo, sangue, qualche soluzione di comodo magari, ma chissene. Poi se ne va e ti lascia le sue paure e le sue domande. Giacchè è ormai un bel po’ che ce le poniamo, mi chiedo se tra 10 anni avremo qualche risposta.

Carlos!

 

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