Quello che ci siamo persi · Recensioni

Beautiful Boy

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Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo sperimentato casi in cui qualche amico o familiare o insegnante o collega si è prodigato in un buon consiglio, assicurandoci che anch’io ci sono passato, so cosa significa e quindi posso dirti come comportarti. Spesso, col senno di poi, ci siamo pentiti di non aver seguito il buon consiglio di chi aveva già avuto esperienza e diventiamo a nostra volta futuri dispensatori di suggerimenti e avvertenze per il testardo di turno. Perché così raramente ascoltiamo chi ne sa più di noi, perseguendo nella strada sbagliata, sicuri di avere ragione? Credo sia perché siamo inconsapevolmente consci che le esperienze di vita, per quanto simili, per quanto categorizzabili, non sono mai del tutto uguali le une con le altre e sentiamo visceralmente che l’altro non può davvero capire per quanto si sforzi. Per chi non c’è dentro, per chi non cammina con le mie di scarpe e non con un modello simile, è difficile comprendere del tutto.

Beautiful boy di Felix Van Groeningen con Steve Carrell e Timothée Chalamet è la storia di un padre che cerca in tutti i modi di indossare le scarpe del figlio, per aiutarlo a uscire da una fortissima e gravissima tossicodipendenza. Il bellissimo bambino e poi ragazzo fa avanti e indietro dalle cliniche e dalla casa del padre alternando momenti di sobrietà colma di speranza e momenti di uso di droghe varie e sempre più pericolose colmi di disperazione. Il culmine si raggiunge con l’uso smodato di metanfetamine che portano il ragazzo più volte sull’orlo dell’overdose e della morte.

Il processo di comprensione del padre passa dalla ricerca e dall’informazione a un vero deep understanding in cui egli stesso sperimenta alcune di queste droghe per provarle, quelle scarpe e non solo osservarle e studiarle. Il processo è infinito e forse durerà finché durerà la vita del figlio. I pareri sono tanti e a chi dice che c’è una piccolissima speranza di uscirne e che i danni al cervello sono devastanti c’è chi risponde che il corpo si può riprendere in soli due anni, se si riesce a smettere ovviamente.

Non so se e quanto scalpore farà questo film in Italia (dove uscirà a febbraio), ma sicuramente a Lisbona è un film che dovrebbe far riflettere essendo moltissimi, qui, i giovani che fanno uso di sostanze stupefacenti varie e che vagano liberamente per strada ad ogni ora del giorno e della notte.

In ogni caso, se farà pensare o meno alla propria di vita e alle proprie di scelte, due temi mi sembrano interessanti da analizzare; temi che non sono necessariamente legati alle droghe o alle dipendenze ma alla vita in generale. Uno è il ritorno indietro, l’altro l’amore. Entrambi potrebbero, in realtà, essere ricondotti a un unico tema, e cioè la scelta.

Nel primo caso, la scelta viene collegata alla possibilità di tornare indietro, di cambiare strada una volta che la scelta è stata fatta. Il padre, a un certo punto, legge che il corpo ha una capacità di ripresa quasi sconvolgente e che anche dalle droghe pesanti si può uscire praticamente indenni. C’è un però. Bisogna saper uscire. E questo è difficilissimo. Che pro c’è che il corpo sappia e possa riprendersi così velocemente e bene se non riesco a farlo uscire dal tunnel in cui si è cacciato? È un ritorno indietro, una possibilità di cambiare idea potenziale, ma se metterla in pratica è quasi impossibile allora questa ultra possibilità di scelta, questa scelta di cambiare scelta che senso ha? È davvero possibile quindi un ritorno indietro sempre e in ogni caso? Possiamo vivere con leggerezza ogni nostra decisione, perché tanto possiamo cambiarla quando e come vogliamo, o il nostro delirio di onnipotenza si scontra poi con la nostra incapacità di farla davvero questa controscelta?

L’amore. Siamo tutti consapevoli che, quando c’è, l’amore genitoriale è l’amore più potente di tutti. L’amore di questo padre si spinge fino all’estremo e sembra giustamente instancabile, anche contro tutte le speranze. Persino questo amore però arriva a un punto a considerare se stesso, a riflettere su se stesso e a vedersi come in uno specchio. E si vede finalmente stanco. L’altro tema su cui il film mi ha portato a riflettere è fin dove è giusto arrivi l’amore. Pensiamo che più è meglio è, che quanto più dura tanto più vero è. Ma è davvero così? C’è un momento in cui l’amore per gli altri deve far posto all’amore per se stessi? In cui per una volta si dice no all’altro e si a noi? Ama il prossimo tuo come te stesso. Prima ama te stesso, altrimenti non c’è amore che puoi dare. Non un amore sano, almeno. Qua sta la linea sottile che divide l’amor proprio dall’egoismo. C’è un momento in cui anche un genitore dice «no» al figlio. In cui dice «sì» a se stesso, agli altri figli, al coniuge, sì alla vita. Non è egoismo. È altro amore. È una preparazione. Per amare ancora di più, ancora meglio l’altro.

È un film molto bello, fatto bene e Steve Carrell e Timothée Chalamet sono dei bravissimi interpreti della disperazione, diversa, opposta quasi, ma che si intenerisce nel vedere quella dell’altro, che tenta e spera di placare quella dell’altro, in un percorso troppo lungo per stare tutto in un film.

Simo

Voto: 8

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2 risposte a "Beautiful Boy"

  1. Bellissimo articolo. Non vedo l’ora che esca anche qui.

    Anche in Italia l’abuso di alcol e droghe da parte di giovani e giovanissimi sta assumendo proporzioni preoccupanti; non so se questo film saprà parlare loro per convincerli a fare quella controscelta di cui parli, ma spero aiuti veramente chi, intorno a loro, dovrebbe aiutarli a farla.

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    1. Grazie mille Daniele! Sì purtroppo credo stia diventando un fenomeno diffuso e che viene affrontato dai giovani con molta superficialità. Temo però che “ci si curi da soli” , nel senso è una scelta che nasce (non so come non so perché) in maniera spontanea e nessun film o appunto buon consiglio può far nascere 😦 speriamo prendano questa scelta da soli!

      Piace a 1 persona

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